Testimonianze di rinascita
«Credevo di essere libera. Ero solo prigioniera»
La storia di B.: dall’inizio della dipendenza durante l’adolescenza alla scelta di affidarsi, ricominciare e riscoprire il valore della propria vita.
«Dentro di me c’era ancora una parte che voleva lottare per la propria vita. Era arrivato il momento di voltare pagina, senza più esitazioni.»
Sono B., ho 32 anni e ho avuto problemi con le sostanze fin da un’età molto precoce. Tutto è iniziato quando avevo tredici anni. Da allora è cominciata una lunga battaglia che ha accompagnato gran parte della mia giovinezza, fino ai trent’anni.
Ringrazio di avere l’opportunità di raccontare la mia rinascita. Mi rende felice poter testimoniare la mia storia e raccontare come sono riuscita a uscire dal baratro, perché penso alle persone che, purtroppo, non hanno ancora avuto questa possibilità e continuano a lottare per vivere.
La prima scelta sbagliata
A tredici anni ero un’adolescente ribelle. Avevo una famiglia che consideravo molto rigida: troppe regole, troppe norme. A quell’età volevo scegliere da sola cosa fare e prendere autonomamente le mie decisioni.
Ho iniziato in terza media con le sigarette. Ricordo ancora quel primo tiro, nato dal desiderio di ribellarmi e dalla sensazione che, finalmente, potessi essere io a scegliere qualcosa per la mia vita.
Quella fu la mia prima scelta sbagliata. Una specie di reazione a catena nella quale una concessione trascina l’altra senza che tu te ne accorga: dalle sigarette passai alle canne e dalle canne all’alcol.
«Pensavo di avere scoperto il segreto della felicità. Credevo di poter affrontare le difficoltà attraverso il piacere e quella leggerezza che le sostanze sembravano darmi.»
Quando uscivo con gli amici, bere e fumare erano diventati la normalità. Ci scherzavamo sopra, passavamo le serate a ridere e io ero convinta che fosse tutto un gioco.
A tredici anni ero troppo piccola per capire quanto quella scelta mi sarebbe costata. Ero una spugna: la televisione, la musica e i social mi trasmettevano continuamente messaggi che normalizzavano la ribellione, lo sballo, il rimandare gli impegni e il vivere alla giornata.
Quando i miei genitori cercavano di farmi aprire gli occhi, vivevo le loro parole come una provocazione. Non accettavo l’idea di non essere ancora abbastanza matura per scegliere ciò che fosse davvero bene per me.
Nei fatti, però, confondevo il bene con la gratificazione immediata. Rifiutavo gli avvertimenti degli adulti perché ammettere di avere bisogno di una guida avrebbe significato rinunciare all’illusione di indipendenza che mi stavo costruendo.
Il gruppo, l’illusione del controllo e la paura di chiedere aiuto
Mi rifugiavo in un gruppo nel quale nessuno mi giudicava e tutti sembravano pensarla allo stesso modo. In quel gruppo ti senti invincibile, come se niente potesse scalfirti. Ti riconosci nelle altre persone e ci si sostiene reciprocamente in abitudini apparentemente innocue che, però, crescono insieme a te e diventano gigantesche.
Ero convinta che diventare adulta significasse affrontare la vita da sola. Credevo che avere un problema e chiedere aiuto, persino ai propri genitori, fosse un segno di debolezza.
Non capivo che chiedere una mano era esattamente ciò che avrei dovuto fare, prima che tutto prendesse il sopravvento.
Durante l’adolescenza la mia anima era in perenne tempesta. Scappavo continuamente da casa e, quando tornavo, ritornavo soltanto con il corpo, perché la mia testa e il mio cuore erano sempre altrove.
I miei genitori erano presenti. Mi avevano dato fiducia e opportunità concrete: gli studi, la patente, la macchina, una casa. Mi trattavano da adulta, ma io rifiutavo completamente le mie responsabilità, vivendo alla giornata e comportandomi come se tutto fosse un gioco.
Neppure gli incidenti riuscivano a fermarmi
Ho vissuto diversi e terribili incidenti stradali. Ho rischiato più volte la paralisi, ho visto l’auto capovolgersi e prendere fuoco mentre ero ancora all’interno dell’abitacolo.
Eppure neppure quegli episodi riuscirono a spaventarmi o a farmi comprendere che non possedevo il controllo sulla mia vita che pensavo di avere.
Dopo gli incidenti mi ritrovavo affidata alle cure di mia madre. Allora non provavo gratitudine e non comprendevo l’abisso vissuto da un genitore nel vedere una figlia ridotta in quelle condizioni.
Pensavo egoisticamente che distruggermi fosse soltanto un mio problema. Non capivo che, quando una persona si distrugge, distrugge anche una parte della vita di chi la ama.
La vita che desideravo e quella che continuavo a vivere
Desideravo una vita normale. Dopo le scuole superiori mi iscrissi all’università con l’intenzione sincera di impegnarmi e intraprendere una strada regolare.
Ma esisteva un’incompatibilità profonda tra la vita che desideravo e quella che continuavo a condurre. L’università diventò una scusa per uscire di casa e salvare le apparenze, soprattutto davanti a me stessa.
Non frequentavo davvero. Avevo sostenuto un solo esame e, invece di andare a lezione, finivo per perdermi nel movimento della città, girando senza meta per le strade.
Pensavo che lo studio fosse una routine noiosa e che fuori ci fosse la vera vita. In realtà, osservavo la vita e i traguardi degli altri, mentre per me non stavo costruendo nulla.
Nei momenti di lucidità mi rendevo conto di avere avuto molte opportunità e di continuare a sprecarle. Sentivo che stavo utilizzando male il mio tempo e che quella via di fuga si stava trasformando lentamente nel mio modo di pensare, di agire e di vivere.
La discesa verso una non-vita
Da quel momento iniziò un continuo tentativo di ricominciare che terminava sempre nello stesso modo: incidenti, ritorni, pezzi di vita dimenticati e ricordi che si consumavano insieme a tutto il resto.
Fu in quel periodo che entrai in contatto con la cocaina fumata. Da allora iniziò una discesa sempre più rapida verso una non-vita.
Accettavo situazioni degradanti e superavo ogni limite pur di trovare il denaro necessario per continuare. Tutto si consumava in fretta e tutto perdeva il proprio significato.
Quel vortice distruttivo finì per contaminare ogni contesto nel quale entravo, persino quelli nei quali persone generose avevano cercato di aiutarmi e di offrirmi una possibilità.
Alcune persone riuscivano a leggere nei miei occhi la sofferenza e il desiderio di rinascere. Vedevano in me un valore che io stessa non riuscivo più a riconoscere.
Nei pochi momenti di lucidità avvertivo un fortissimo senso di colpa. Per non continuare a deludere chi mi aiutava senza chiedere nulla in cambio, finivo per mollare tutto e andarmene.
Ridotta all’ombra di me stessa
Furono ancora una volta i miei genitori a raggiungermi nel fondo del baratro. Volevano che tornassi a casa, ma ormai non ero più la ragazzina che aveva iniziato per gioco.
Gli anni erano passati e ciò che era cominciato come una ribellione adolescenziale si era trasformato in una condizione gravissima. La droga, che pensavo potesse darmi una marcia in più, in realtà mi aveva tolto tutto.
Aveva preso il posto dei miei legami, della mia dignità e di qualsiasi altra priorità.
Tornai per strada ridotta all’ombra di un essere umano. Iniziai a rubare, a girare senza meta e persino a cercare da mangiare nei cassonetti. Non esisteva più il tempo, né la capacità di desiderare un futuro diverso.
Ero ospite di vite altrui che approfittavano della mia fragilità. Di giorno cercavo di sopravvivere, mentre la notte diventava un abisso troppo grande da affrontare da sola.
Una piccola luce che si rifiutava di spegnersi
Dentro quell’inferno, però, esisteva ancora qualcosa in me che si rifiutava di spegnersi.
Continuavo a custodire una piccola luce, non perché la realtà mi offrisse una speranza concreta, ma per un atto di fede verso la vita, verso me stessa e verso l’idea che l’orrore non potesse avere l’ultima parola.
«Non credevo più di poter avere un destino diverso. Eppure continuavo a proteggere dentro di me una luce capace di tenermi in piedi.»
Non ero ancora salva. Mi trovavo ancora completamente immersa in quella realtà e fu proprio allora che toccai il punto più drammatico della mia storia.
Pensando di trovare protezione, mi rifugiai nella casa di un uomo. Quel luogo si trasformò presto in una trappola nella quale venivo privata della libertà, isolata e sottoposta a gravi abusi.
Per riuscire a uscire quando venivo chiusa all’interno, avevo sviluppato l’abitudine di calarmi dalla finestra del bagno, al secondo piano. Un giorno qualcosa andò storto e caddi nel vuoto.
Quell’incidente mi spezzò e mi tolse fisicamente la possibilità di camminare. Ero completamente distrutta, nel corpo e nella mente.
L’ingresso nella Comunità Emmanuel
Mio padre aveva già preso contatti con la Comunità Emmanuel. Vedendomi in quelle condizioni, mi tese nuovamente la mano e mi propose di iniziare un percorso comunitario.
Mi promise che mi avrebbe accompagnata e che quella sarebbe potuta essere la volta buona. Decisi di affidarmi a lui e accettai.
Iniziai il mio percorso nella Comunità Emmanuel nel novembre 2023, appena dieci giorni dopo essere stata dimessa dal letto nel quale ero rimasta bloccata per tre mesi e mezzo.
Dopo un paio di mesi, però, decisi di abbandonare. Ero convinta che il problema fosse stato soltanto la perdita di lucidità causata dalle sostanze e pensavo che alcuni mesi di astinenza fossero sufficienti per tornare alla mia vita precedente senza perdere nuovamente il controllo.
Non comprendevo ancora che non erano soltanto le sostanze a essere sbagliate, ma che tutta la mia vita poggiava ormai su fondamenta fragili e distruttive.
La ricaduta infranse in un attimo l’illusione di una rinascita già raggiunta. Portò con sé un dolore profondo e la paura di avere perso nuovamente tutto.
Eppure qualcosa dentro di me continuava a dirmi che non tutto era andato perduto.
La scintilla che diventò desiderio di vivere
Dentro di me esisteva ancora una parte che voleva lottare per la propria vita. Questa volta sentivo che non avrei più potuto fare passi indietro.
La piccola scintilla che avevo sempre custodito si trasformò in un’esplosione di vita. Volevo imparare a dare il giusto valore alla mia esistenza.
Durante i primi mesi in Comunità avevo trovato una porta aperta e persone che desideravano davvero il mio bene. Mi avevano accolta esattamente per quella che ero.
Avevo incontrato donne uscite dalla dipendenza, capaci di costruire una nuova vita, una famiglia e di offrire a loro volta aiuto a chi ne aveva bisogno.
Fino a quel momento non credevo che una vita diversa fosse possibile. Quando finalmente vidi un’altra realtà, compresi che anche la mia esistenza poteva essere vissuta in modo diverso.
Imparare ad affidarmi
Non è stato facile. Non ero abituata agli orari, ai pasti condivisi, ai compiti quotidiani e alla vita insieme agli altri.
Ero così abituata a fuggire dalle responsabilità attraverso le sostanze che affrontare la realtà, quella vera, diventò la sfida più difficile.
Imparai ad affidarmi e a lasciarmi guidare. Sentivo di essere finalmente nelle mani giuste.
«Ogni giorno in Comunità era una tregua ritrovata: il luogo nel quale una persona che ha attraversato la morte può iniziare nuovamente ad apprezzare la vita.»
La Comunità Emmanuel ha ridato il sorriso e la vita non soltanto a me, ma anche alla mia famiglia, che ha saputo riconoscere il proprio limite e affidarsi a persone con le competenze necessarie per accompagnarmi.
Ho trovato persone che non mi hanno mai abbandonata. Mi sono state accanto anche nei momenti più difficili, senza giudicarmi, aiutandomi a sorridere e a riempire le giornate di attività e relazioni.
Riscoprire la bellezza dello stare insieme
In Comunità ho riscoperto la bellezza di condividere le giornate normali, le feste e ogni singolo momento.
Nella mia vecchia vita ogni giorno era uguale agli altri. Non esistevano feste o momenti speciali: tutto si ripeteva, sempre identico.
L’ultimo Natale prima di entrare in Comunità lo avevo trascorso da sola, sotto la pioggia, accovacciata sulle scale di un palazzo.
Dalle finestre dei piani superiori sentivo il tintinnio dei bicchieri, i brindisi e le risate delle famiglie riunite. Avrei voluto essere anch’io con i miei cari, ma non sapevo neppure dove fossero o cosa stessero facendo.
In Comunità ho ritrovato il valore di riunirsi nell’abbraccio dello stare insieme.
Ritrovare la dignità e il valore della propria vita
Le persone incontrate in Comunità mi hanno restituito gratuitamente ogni cosa che avevo messo da parte e mi hanno donato esperienze che, fino a quel momento, avevo perduto.
Sono state persone apparentemente piccole, ma capaci di offrire contributi immensi.
Grazie a loro ho potuto ritrovare la mia dignità e quel valore umano profondo che pensavo di avere perso per sempre.
«La Comunità mi ha restituito la bellezza della condivisione, la dignità e il valore della vita che pensavo di avere perduto per sempre.»
B.